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Amore per la natura? Non scherziamo! Ecco cosa porta davvero molti a correre in montagna!

Ogni giorno vediamo runner da strada medio forti, podisti che corrono la maratona tra le 2.45 e le 3.10 che di colpo si lanciano nel trail running. Molti di questi sulla quarantina, sulla linea di partenza, vestiti di tutto punto, che parlano di “spirito trail” e spiegano quanto il trail running sia meglio della corsa su asfalto.

— Amore per la natura? Non scherziamo! Ecco cosa porta davvero molti a correre in montagna!

A pensar male si fa peccato!” – tuona sempre minacciosa una mia vecchia zia, e poi aggiunge sottovoce: “ma spesso ci si azzecca!”. Credo che la sua sussurrata verità sia perfettamente applicabile per spiegare uno dei motivi per cui il trail running stia avendo così tanto successo.

Spesso mi capita di sentir dire che oggi “il trail va di moda”, quindi verrebbe da pensare che la gente si butta su questa disciplina con uno spirito da pecorone in branco per seguire una moda ed andare dove va la massa. Ma non credo sia questo il motivo reale che possa attirare sui sentieri un amante della corsa su strada e convertire un “corridore bituminoso” in un amante del fango e della roccia. 

Ogni giorno vediamo runner da strada medio forti, podisti che corrono la maratona tra le 2.45 e le 3.10 che di colpo si lanciano nel trail running. Molti di questi sulla quarantina, sulla linea di partenza, vestiti di tutto punto, che parlano di “spirito trail” e spiegano quanto il trail running sia meglio della corsa su asfalto. Insomma, come se fossero allergici all’asfalto. E lo fanno ipotizzando medie stratosferiche e piazzamenti da podio o quasi. Spesso fanno queste proiezioni anche sulle gare lunghe, quelle sopra i 100 km, semplicemente applicando i parametri di calcolo delle gare brevi a quelle lunghe.

Condividendo con un neofita del trail una traccia GPS mi son sentito chiedere se stessi dormendo, quando ha visto una media di 19 min/km… carissimo, ti consiglio il “Cirque de la Solitude” per una bella sessione di ripetute a 3 min/km… (in caduta libera)

Il risultato è sempre lo stesso: si ritirano, ogni volta per un problema diverso. Il tallone, la caviglia, il freddo, il caldo, i ristori, il mal di pancia, e così via.

Il motivo, poi, è sempre il medesimo e l’unico non dichiarato: la realtà sbatte loro in faccia il fatto che il loro calcoli erano sbagliati e abituati a correre le ripetute sui 400 metri a 3 minuti per km, non possono accettare di fare un trail di 80 km e 5000 D+ con una media di 8 minuti per km. 

E qui arriviamo al vero motivo del successo del correre in montagna presso questa fascia di persone: una valanga di podisti bravi o mediamente bravi, giunti all’apice della prestazione o su quel plateau su cui non si cresce più, guardano alle gare lunghe e di trail come se fossero una versione “lenta” delle competizioni a cui sono soliti partecipare. 

Il ragionamento è questo: “non riesco a scendere sotto le 3 ore in maratona ma voglio arrivare tra quelli forti, allora mi iscrivo ad un’ecomaratona dove il primo classificato arriva un’ora dopo il primo in maratona”  oppure ancor peggio: “che saranno mai 100 miglia in montagna? alla prima gara voglio arrivare tra i primi 10, tanto la mia media su strada sui 42 km me lo consente”. Ecco come ragionano davvero molti neofiti (che si spacciano da vecchie volpi) del trail e dello sky running.

Non è l’amore per la natura, non è il piacere della scoperta a guidarli. E’ semplicemente un falso “gioco al ribasso”, un puntare a gare più lunghe e lente vedendo che in quelle che amano davvero sono ormai giunti al punto in cui non possono più crescere o possono solo regredire. 

E FIDAL, IUTA, FFA, sembrano tacitamente appoggiare questo pensiero distorto, pian piano ammaestrando i sentieri e cercando disperatamente di trasformare la montagna in una pista di atletica. 

Ma i sogni dei brand e delle federazioni, come quelli dei “trail runner di ripiego” sono destinati a brutti risvegli, sempre. La natura li riporta alla dura realtà e vedere che nel curriculum di alcuni atleti ci sono più ritiri che partecipazioni ne è la prova lampante.

E’ comprensibile che giunti all’apice delle proprie prestazioni, amatoriali o professionali che siano, si soffra e faccia di tutto per non tornare indietro. Comprensibilissimo. Ma la natura fa il suo corso e tutti invecchiamo, quindi questo processo non può essere né invertito né fermato. Spostarsi sul correre in montagna, dichiarando improvviso amore per la natura, ma tenendo l’occhio solo sul cronometro ignorandola completamente, non è la soluzione, è solo un modo per rendersi ridicole versioni in sneakers de “La morte ti fa bella”. 

Un consiglio di cuore: continuate a correre su strada e accettate il vostro declino fisico, magari impegnatevi per rallentarlo il più possibile, ma accettatelo. Godete del piacere che vi dà il correre e che vi ha motivato per anni. In alternativa, siate i benvenuti sui sentieri, ma cambiate il vostro modo di pensare, godendo della bellezza dei luoghi in cui siete e non scegliendo questo sport solo perché su strada non riuscite più a tenere il passo. 

Vi svelo un segreto: chi davvero appartiene alla natura e alla montagna vi riconosce subito, magari non lo dice, ma alla partenza di un trail, ascoltando i vostri discorsi su andature previste, scarpe minimali e tecnoalimentazione, in pochi istanti, mentre voi fallite le vostre previsioni, lui o lei prevede con esattezza dove e quando in quella gara salirete sul pulmino dei ritirati.

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