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Ci allenano ad essere deboli, molli e depressi. Saltare questo allenamento è sofferenza.

Ci allenano ad essere deboli, molli e depressi. Saltare questo allenamento è sofferenza.

Quando parliamo di allenamento e di corsa spesso si enfatizzano gli aspetti legati alla fatica, al concetto di limite ed alla sofferenza. Si sprecano le considerazioni su come spostare l’asticella sempre più in alto. In molti sportivi questo meccanismo porta ad un senso di esaltazione, in alcuni casi di onnipotenza. Degenerazioni che capita più spesso di vedere nel mondo degli ironman che in quello dell’ultramaratona e dell’ultra trail. Eccoli, gli eroi che strisciano fino al traguardo per non mollare, facendo di quelle scene patetiche un trofeo da esibire su Facebook.

Sta di fatto, però, che questa sofferenza, fatica e costanza, casi estremi a parte, sono un toccasana.

Sono forse l’unico rimedio al condizionamento sociale che riceviamo in ogni momento: non si deve far fatica, non si deve provare dolore, si deve semplificare tutto.

Questi sono i messaggi che ci arrivano in modo diretto o indiretto: il cibo è sempre più pronto e richiede meno preparazione o attesa, se una classe di studenti somari va male, anziché bocciarli tutti si abbassa lo standard; se la gente è superficiale e stupida gli si da programmi televisivi ancora più stupidi ed idioti, se fa male la schiena per giocare a tennis si prende il Voltaren come in pubblicità, se si è tristi ci si cala un bel antidepressivo, se si ha fame ci si ingozza, e così via.

Più che una spirale consumistica, una discesa verticale in un gioco al ribasso in cui ci allenano ad essere sempre più deboli, sempre più inutili ed a trovare ogni mezzo per non affrontare la realtà.

Il punto è proprio questo: un allenamento alla debolezza, alla mollezza e all’inutilità.

Per quanto ce la raccontino, e per quanto possiamo illuderci che non sia così, la realtà è un’altra.

Certo, perché la realtà è dura e cruda. In natura il debole muore, la specie inferiore perisce, chi non combatte è sterminato. L’allenatore alla mollezza è il buonismo che ci vuole tutti sempre felici, tutti sempre amici, tutti mai sofferenti.

Che vi piaccia o no, che lo vediate o meno, il mondo non è così: la vita comporta fatica e sofferenza, ma sono fatica e sofferenza a dare valore alle cose. Noi che corriamo per più di 300 km in montagna lo sappiamo benissimo. Sappiamo benissimo come anche un pezzetto di cioccolata di sotto marca della Coop in quei casi diventi più saporita di una creazione di un mâitre chocolatier. Sappiamo benissimo quanto un piccolo gesto di solidarietà ed aiuto verso il prossimo possa avere un valore enorme.

La sofferenza e la fatica sono anche rendersi conto a volte di non poter più fare 3 km quando se ne correva trecento, comprenderlo accettandolo e ponendosi nuove sfide adattate al nuovo stato delle cose. Il combattere, il soffrire ed il resistere sono quindi anche adattamento alle nuove condizioni, non caparbia negazione della realtà. Che inevitabilmente porterebbe all’autodistruzione.

Il punto di queste considerazioni è molto semplice. Lo sport vissuto con costanza, sofferenza, miglioramento ed adattamento è uno dei pochi rimedi rimasti al giorno d’oggi per lavarsi, con il proprio sudore e fatica dall’illusorio benessere che ci viene propinato di continuo. Ed è proprio il momento in cui non si riesce a migliorare il tempo in Maratona, quello in cui si perdono posti in classifica o si deve fare un passo indietro e rivedere la propria strategia che portano il maggiore beneficio sul piano personale. Momenti in cui se si ha coraggio di guardare la realtà e rifletterci nei momenti solitari di allenamento, si apre una finestra che da una visione più limpida e chiara della realtà nel suo insieme.

Noi che andiamo a correre alle 3 del mattino, nel fango o sotto la pioggia al freddo, non siamo dei pazzi. Il pazzo è colui che vive in un mondo non reale. Ecco, il freddo è reale, la pioggia sono reali, la fatica è reale.

I pazzi siete voi che non volete far fatica, prendete le pillole per non soffrire ed essere felici, vi illudete di avere quello che non avete.

Fate pure, tanto, prima o poi poi ci pensa la natura a sbattervi violentemente in faccia la realtà. E a quel punto il conto si paga con gli interessi. 


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