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Correre con i crampi? Una vera fortuna! Tranne per chi si lamenta!

In tanti anni che corro non ho mai sofferto di crampi. Certo il “crampetto” micidiale ed inaspettato, veloce a venire e ad andarsene, mi ha fatto visita. Quello lo conosco. Ma ciò non significa avere crampi. Il significato, ben noto ai piú, l’ ho scoperto sulla mia pelle, anzi sui miei muscoli, correndo in Croazia.
Me la sono cercata tutta. Reduce dalla PTL ho fatto poco o nulla per recuperare, mangiato male, nessun allungamento, nessun recupero ponderato. Il contrario delle mie abitudini: dopo una gara tosta sono solito mangiare bene, fare molta bici e non restare quasi mai fermo.
Decido peró di partecipare all’Ucka Trail, 75 km di sentieri panoramici e solo 3200 metri di dislivello. Ideale per defaticare e far ripartire il motore. Obiettivo: finire stando nei cancelli.
Una gara facile su un terreno scorrevole e gradevole che mi fa leggere di sfuggita il regolamento e partire con uno zaino minimal e preparato in 2 minuti. Non studio il percorso. Non leggo l’altimetria. Il monte Ucka lo conosco come le mie tasche: corso di notte e di giorno, con il sole e con la neve. Livello di concentrazione e attenzione pari a zero, e si sa il che sottovalutare e minimizzare i rischi è il modo migliore per fare danni.
Parto con un litro di acqua scarso per i primi 20 km e 1000 D, da correre alle 7 di mattina arrivando a “pelo” al primo ristoro. Ci arrivo ma non lo trovo: una folla festosa intenta a pasteggiare ad una sagra di paese mi disorienta e vuoi la mia distrazione, vuoi un vigile che mi manda avanti, proseguo, sicuro di trovarlo poco piú avanti spostato a causa della sagra. Quel “poco” diventano 5 km di discesa e a quel punto, palese l’errore, valuto che ha piú senso farne altri 10, rallentando ed economizzando sulle forze ben consapevole di essere in una zona senza acqua e senza ombra, piuttosto che tornare indietro.
Detto e fatto: 35 km e 2700 D+ con meno di un litro verso mezzogiorno. Una vera idiozia che mi ha portato a provare cosa significhino i crampi.

Me ne sono accorto io, come se ne sono accorti quelli che correvano vicino a me che ad un certo punto mi hanno sentito urlare, rotolare e piangere in una faggeta.

Tralascio i dettagli. Vi rendo partecipi di una riflessione.

Che fare a questo punto?

Siamo al 40esimo su 75. Sto partecipando ad una gara di corsa quasi camminando. Sono 3 ore in anticipo sui cancelli. Per me è stato ovvio cogliere la palla al balzo per mettere a frutto questa circostanza: ascoltare il mio corpo e gestire i crampi.
Le gare lunghe, non quelle da 75 km, sono costellate di imprevisti ed è proprio come si gestiscono gli intoppi che determina il successo o meno della prova.
Il dolore del crampo diventa quindi un amico, un segnale da ascoltare più che da combattere.
Il ritmo scende ulteriormente, il passo si allunga in discesa e si fa cauto in salita, quando sento che lo sforzo sta per far esplodere una fitta di dolore.

Una fitta in agguato ad ogni passo, come muoversi sul filo del rasoio. Basta un piede poggiato male su un sasso e “zac!”, colpisce.

Ognuno ha le sue sensazioni, il senso del mio discorso è considerare  il proprio approccio al dolore: non lo temo, non lo voglio ignorare o essere più forte di lui, ma cerco di ascoltare cosa mi vuol dire.
I finti “eroi” dell’endurance che si fregiano delle loro sofferenze, in realtà esprimono solo la loro incapacità di ascolare dei segnali preziosi che il corpo offre.
Così, dal quarantesimo in poi ho dialogato con i miei crampi, ascoltando cosa mi stavano dicendo ed arrivando ad un passo dalla fine.
E i crampi mi hanno risposto: “vai piano, stendi il muscolo e non sforzare troppo in salita. Non fermarti e resta costante”.

Dite che poteva bastare come giornata? No davvero. Il tramonto si avvicina, apro lo zaino per prendere un buff e mi rendo conto che la frontale non c’è. Caduta mentre sfilavo una barretta al volo.
“Cari crampi, mancano 6 km, se corro a 5.00 min/km arrivo con la luce, se cammino non ce la posso fare in tempo, devo ritirarmi”
Beh, dopo averli ascoltati per quasi 6 ore, anche loro mi hanno ascoltato e mi hanno regalato l’arrivo con la luce del sole.
Correre nella natura è contatto con il proprio corpo e con l’ambiente. Un dialogo continuo con il mondo esterno e il mondo interno a noi, in cui la parte cosciente e razionale è un intermediario di volontà e stati di fatto.
Arrivando con un tempo pietoso e soffrendo come una bestia, posso dire che questi semplici 75 km mi hanno insegnato di più e dato più soddisfazioni di gare dove oggettivamente sono andato “forte”.
Il bello della corsa in montagna è proprio questo: una lezione arriva sempre, saperla cogliere regala anche la soddisfazione dell’esperienza.

Ascoltiamoci, non fermiamoci.
Fermiamoci solo dopo esserci ascoltati.

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