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La “bulimia di medaglie”: l’ignota malattia che uccide l’anima del trail

La “bulimia di medaglie”: l’ignota malattia che uccide l’anima del trail

Aparole siamo sempre esempi di virtù, abbiamo tutto il materiale obbligatorio, non tagliamo mai un percorso, ci fermiamo ad aiutare il prossimo in difficoltà, ci alleniamo a naso senza essere ossessionati dalla preparazione e dall’alimentazione, non guardiamo al cronometro, partecipiamo alle gare ma preferiamo i trail autogestiti, sui sentieri siamo amici di tutti e non guardiamo ai tempi degli altri.    

Certamente. Gli asini volano. 

Inutile iniziare l’ennesimo elenco di false virtù o un j’accuse sull’ipocrisia di molti trail runner… siamo o siamo stati almeno una volta tutti così, e nell’elenco mi ci infilo pure io. 

Il punto è che alla base siamo esseri umani, e come tali è insita in noi l’incoerenza e la propensione al discostarci dalle virtù.

Il nocciolo della questione è un altro, ossia il godersi veramente le esperienze, il dare senso alla fatica, al tempo e al denaro spesi. 

Ho come la sensazione che per molti runner, complici le mille social app e le gare, il piacere della corsa e del contatto con la natura sia stato sostituito da una bulimica fame di chilometri di aumentare il numero di gare a cui si partecipa o limare le posizioni in classifica.

L’ansia di postare la foto su facebook, la schermata dei km percorsi sul Garmin o Sunnto (per i veri fighi) o quella posizione in classifica sociale, diventano lo stimolo a correre. Ovviamente il processo è graduale, inesorabile e molto spesso completamente al di fuori della sfera del cosciente. 

Si potrebbe obiettare dicendo che non c’è nulla di male a voler postare sempre più km sui social e non c’è nulla di male a mettere la competizione al primo posto, ma l’obiezione non regge, in quanto la realtà dei fatti mostra queste persone spesso nervose, in ansia, e portate al punto da considerare un passatempo come la corsa quasi come fosse un dovere, una lavoro che si fa per obbligo e non per piacere. 

Come scoprire se si è contagiati dalla bulimia delle medaglie?

I sintomi principali sono tre.

  1. Fare 100 o 1000 km di macchina per partecipare ad una gara e viverli come una cosa “normale”, ma fare lo stesso numero di km per correre lo stesso numero di chilometri con gli amici in una uscita “libera” come una cosa senza senso o per la quale non si trova mai il tempo (quando per le gare si disdice tutto).
  2. Dare buca agli amici che organizzano delle uscite o dei giri, lasciando la decisione all’ultimo minuto o dimostrandosi indisposti a partecipare perché non compatibile con il programma di allenamento. Il numero delle ore trascorse in gare o trasferte per le gare è dunque superiore a quello passato da soli, con gli amici o in trasferte “fuori gara”.
  3. Correre una gara pensando al tempo dei propri amici o rivali e pensando a quello che diranno o penseranno nel caso in cui non finissimo la gara o la facessimo meno bene della precedente. Prima di abbandonare la scusa è già pronta: mal di stomaco o infortunio (che ovviamente guarisce immediatamente dopo la gara)
tommaso de mottoni

Si sono stato affetto da alcuni di questi sintomi, lo ammetto. Ma ho anche trovato la cura, una cura che mi ha regalato i ricordi più belli di gara, associati a volti, sensazioni ed esperienze anche degli altri concorrenti.

La cura è lavorare alle gare, fare i volontari, con mansioni diverse in contesti diversi. Accettando anche i compiti meno prestigiosi e più faticosi. Mettersi a disposizione del prossimo, ma anche avere davanti a sé una visione dei peggiori comportamenti di cui siamo protagonisti in gara, ma dei quali non ci rendiamo conto. Una inversione dei ruoli che porta a comprendere ed apprezzare a pieno l’esperienza. E’ come stare davanti ad uno specchio di tutti i nostri peggiori comportamenti, ma con il volto di sconosciuti.

Il lavorare ad un checkpoint in alta quota in un Paese straniero, attendendo dal primo all’ultimo concorrente, per ore, se non giorni, all’aperto, oltre a fornire una dimensione più completa e reale dell’ambiente in cui si è, fa comprendere a pieno l’effettivo valore del partecipare ad una competizione, allo stesso modo dona una comprensione della dimensione psicologica di quei momenti che altrimenti non potremmo mai avere. 

Essere volontari e trail o sky runner allo stesso tempo è quindi un qualcosa che non arricchisce e giova solo chi è oggetto delle nostre attenzioni, ma in primo luogo arricchisce e completa l’esperienza di chi si mette a disposizione del prossimo. 

Fosse per me, non ci sarebbero tessere o classifiche per chi non veste questi panni almeno una volta all’anno. Una sorta di “servizio militare”del mondo della corsa off road, in cui non ha senso tanto quello che si fa, ma ha senso l’esperienza e il tempo nel suo complesso. Esperienza che ha un prezzo in termini economici, di scelte e rinunce, come il gareggiare. 

Oltre a questo c’è anche un altro antidoto: il correre da soli, ma non per l’allenamento o il lungo. 

Correre da soli significa avere un obiettivo, un giro di molte ore o giorni, da fare da soli. A telefono spento. Con tante foto, con un lungo racconto denso di sensazioni e pensieri. 

Rigorosamente da non condividere. 

Da rileggere dopo anni. 

Un piccolo tesoro, un qualcosa di intimo da tenere per sé in un mondo dove sbattiamo tutto in piazza dandolo in pasto alle invidie più o meno silenziose di chi ci segue sui social ed è amico solo per definizione su Facebook. 

Queste cure alla bulimia di medaglie hanno un solo effetto collaterale: rendono poco sopportabili e gradevoli quelle gare, gruppi,o persone dove lo show off ha il posto più alto sul podio. Mai un effetto collaterale fu più gradito! 


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