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Gli ultimi della gara sono i più stanchi? Macchè! Il patimento è un elettocardiogramma!

Di elogi agli ultimi ne abbiamo sentiti davvero troppi. Quanto siano stoici, quanto siano eroici a fare 100 miglia in 48 ore o quanto alla fine patiscano più di chi le fa in 19. Premesso che sposo questa posizione, ormai se ne è detto e scritto abbastanza. Basta con questi elogi al sangue e sudore. Ma, udite udite, gli ultimi non sono quelli che alla fine soffrono di più. Da un paio di anni rifletto ed osservo i comportamenti dei concorrenti delle ultra più massacranti, quando in veste di concorrente medio veloce, quando calzando le scarpe di quello lento e senza togliermi il piacere di farlo anche da volontario. 

Esiste una vera e propria “sinusoide della sofferenza”, o meglio una curva che molto ricorda l’elettrocardiogramma.  Questa curva si allontana molto dal pattern iperbolico che normalmente attribuiamo alle pene degli ultramaratoneti.

Non è vero che più passa il tempo e più concorrenti passano, più quelli che arrivano sono ridotti male. Il quadro si è di colpo chiarito l’altra notte a Piemonte d’Istria, vero le 2.00 AM, alla mia seconda notte di turno ed alla seconda notte di gara della 100 miglia d’Istria. “Qual è il tuo numero? – dai ragazzi non siete per niente male, siete perfettamente nei tempi”. – dico – e mi risponde: “si si, tra un po’ arriva un altro gruppetto di zombie – dice sorridendo e bevendosi la mia Coca Cola, quel prezioso nettare che mi avrebbe dovuto tenere in piedi altre 8 ore. Il punto è che gli zombie veri erano già passati, il ragazzo dalla battuta facile alla 32 esima ora di gara ed al km 110 non era poi messo tanto male.

All’imbrunire, alla 30esima ora al controllo spunta una bottiglia di vino… e nessuno si scandalizza!

Ho tutta la notte davanti per ripercorrere le mie esperienze e mi rendo conto che alla fine le cose stanno proprio così: la sofferenza non è un’ iperbole ma una sinusoide, un elettrocardiogramma. Passano i primi grintosi e forti, seguiti da un gruppo agguerrito e combattivo che man mano che si allontana dal podio diventa sempre più sofferente. Ecco quindi la curva in crescita, fino a raggiungere un picco in cui, come una croce di vetta, abbiamo il concorrente massacrato, quello che esploderà a breve ed abbandonerà perché non riesce a stare al passo. Curva che è anche ricalcata dalla posizione ed all’orario del picco dei ritiri: avvengono sempre a metà gara o quasi, di rado alla fine.
Scollinata la sofferenza massima, scende il livello di competitività, il ritmo di gara rallenta e le condizioni migliorano, fino ad arrivare alla base della curva dove si chiacchera e si fanno foto. Da qui pian piano la sinusoide riprende a salire per arrivare ad un nuovo picco: quelli che vanno piano ma stanno male per vesciche, dolori o stanchezza, seguiti immeditatamente dai camminatori rodati. Quelli lentissimi, sempre in lotta con il cancello, ma rilassati e tranquilli. Ed ecco chiusa la “sinusoide del dolore”.

Benissimo: non si tratta di un esercizio di virtuosismi trigonometrici applicati all’ultra maratona, ma di un sistema che potrebbe aiutare molti a migliorare la propria esperienza. Dico migliorare la propria esperienza e non prestazione, perché è sull’esperienza che mi focalizzo. A che punto della curva sei? Sei tra i due picchi o nella prima parte, quella di chi rincorre una prestazione che non può avere ed è destinato ad esplodere? 

Per arrivare alla fine di un’ultra di montagna, in questo caso soltanto, bisogna starsene ben lontano dalle vette, anticipandole, rimanendo nella placida vallata dei chiacchieroni e fotografi tra due summit, o camminando in coda, come della placide ma inesorabili tartarughe.

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