La sfida all’antico Dragone: 318 km di terra, acqua, fuoco e magia attraverso il Galles

La sfida all’antico Dragone: 318 km di terra, acqua, fuoco e magia attraverso il Galles

A cose normali, finita una gara, quasi come a sfogliare un album di ricordi, mi siedo a scrivere quelle che sono state le mie impressioni e a raccontare la mia esperienza. Un qualcosa di naturale, quasi fosse parte della gara stessa e ne rappresentasse l’ultimo passo, oltre la linea d’arrivo.

Per la Dragon’s Back le cose non sono andate così: finita la gara è iniziato il calvario. Una settimana di debolezza enorme, febbre e dolori.
Il mio fisico ha pagato un prezzo più alto che alla PTL, al TOR o ad altre gare lunghe.

Questo per presentarvelo bene fin da subito: non sottovalutate il Dragone.
E’ sempre pronto a colpire, soprattutto quando meno ve lo aspettate.


Dragon's Back Race 2017

E’ doverosa una premessa storica: l’attraversata del Galles, la Dragon’s Back Race, nasce nel 1992 ma le edizioni sono solo quattro: 1992-2012-2015 e 2017. Una gara che in pochissimo, vuoi per la copertura mediatica nel Regno Unito, vuoi per le caratteristiche del terreno, è diventata l’obiettivo più ambito e desiderato dagli ultra runner Britannici, mettendo il Monte Bianco, Val D’Aosta e Dolomiti in secondo piano sulla scala dell’interesse. Sold out in meno di due settimane dall’apertura delle iscrizioni, selezione dei partecipanti in base al CV di gara e desiderio di partecipazione altissimo. Alto al punto da ricevere nei mesi prima della gara 3 richieste da persone diverse di rivendergli il pettorale a prezzo maggiorato. Francamente tutto questo non me lo spiegavo. In fin dei conti sono solo 318 km e 15.000 D+ in 5 tappe. Nulla di che, bazzecole considerando un TOR da 330 e 25.000 D+ o una PTL da 320 e 29.000 D+ … tutti in un fiato, e non a tappe. Non è così.

 

Da qui due tentazioni: quello di iniziare a raccontarvi come mi sono ridotto in condizioni così brutte, ovvero degli errori che mi hanno portato ad essere così malconcio dopo la gara, oppure quello di raccontarvi come affrontare le organizzazioni britanniche. Sì perché, andare a gareggiare con gli Inglesi non è come in Europa continentale. Sia per quello che ci si deve aspettare, che per i modi che per un discorso di pura responsabilità.
Magari ne parliamo più avanti, torno ora al Dragone.

Dragon's Back Race 2017

La gara parte da poco a Sud di Manchester ed arriva poco a nord a Cardiff, attraversando da Nord a Sud la catena montuosa e gli altopiani che si affacciano sul Mare d’Irlanda tagliando di netto a metà lo Snowdonia National Park: la schiena del Drago. Un percorso che non si sviluppa oltre i mille metri e che per la maggior parte dei giorni fluttua tra i zero ed i 700. Grandi spazi aperti, poco bosco e brughiere in stile “Cime Tempestose” che già richiamano le atmosfere Irlandesi d’oltremare. A questo si aggiunge il fatto che le tappe sono da circa 70 km al giorno e che i pasti mattutini e serali sono forniti al campo base. Una gara apparente innocua e molto corribile. Non è così.

 

I primi due giorni si snodano sulla parte più tecnica della cresta del Drago, attraversando pietraie di rocce aguzze in pieno stile Signore degli Anelli. Tratti dove si deve quasi arrampicare e creste decisamente esposte senza nessun genere di protezione.

Durante queste giornate il terreno è impegnativo, molto roccioso, poco umido e la navigazione è piuttosto semplice. Mappa alla mano o GPS ci si orienta bene senza rischio di commettere errori.

Di fatto i primi due giorni sono una gara a se stante, dove si concentra tutta la roccia, tutta la parte più tecnica e la sezione più dura della schiena del Drago.

Chi supera i primi due giorni ha il triplo di possibilità di arrivare alla fine. Questo dicono i numeri, e vi posso confermare che è proprio così. Durante queste giornate raramente ci si trova da soli, la maggior parte dei concorrenti è ancora in gara e la concentrazione sul terreno è altissima.
Cascate e mari di scaglie e scaglioni di roccia grigia si accostano a morbidi tappeti verdissimi, quasi a sottolineare, con questo contrasto, l’asprezza e la contraddittorietà di queste terre.
Dragon's Back Race 2017
Ogni  sera si arriva al campo base dove si trova una tenda da campeggio montata. Ovviamente l’unico modo per lavarsi sono i fiumi, fortunatamente con temperature piuttosto miti se comparate ai nostri torrenti alpini. C’è da dire che se piove ed il tempo non è buono, cosa assai probabile in Galles, c’è da essere pronti a passare una settimana al bagnato, senza possibilità di asciugarsi ed asciugare i vestiti in uno spazio riscaldato e secco.

La notte diventa potenzialmente un altro calvario: si potrebbe andare a dormire bagnati, rivestirsi bagnati e correre bagnati. Come in una tortura dove l’umidità ed il bagnato penetrano fino alle ossa, in una tortura più mentale che fisica, ma dalla quale i britannici sono ormai immuni.

Non a caso le legioni Romane, su queste colline, hanno preso delle gran bastonate.

Superati i primi due giorni si inizia ad affrontare la parte meno tecnica della schiena del dragone, ma in realtà quella più sfiancante. Tre giorni di altopiani erbosi, salite ripidissime ma con non più di 600 metri alla volta, discese altrettanto ripide e non sempre corribili. Gli elementi che caratterizzano fortemente questo terreno, dal punto di vista di come me è abituato alle Alpi, sono la difficoltà di navigazione e la consistenza del fondo.

Dragon's Back Race 2017 - Photo by: Christiaan Le Roux (www.christiaanleroux.co.uk)

Una settimana con i piedi sempre costantemente bagnati, in un alternarsi di rocce e prati con la consistenza delle nostre paludi alpine, quelle tanto per capirci, con i Pennacchi di Scheuchzer, quei batuffoli bianchi che caratterizzano tappeti erbosi in cui si rischia di sprofondare fino al ginocchio. E se queste condizioni sono dei rari intermezzi sull’arco Alpino, sono quasi l’ordinarietà in Galles.

L’associazione tra il dover correre per compensare errori di navigazione o il terreno ostico, terreno duro e roccioso intervallato da palude crea un mix deleterio per i piedi, che sono sempre sottoposti alle peggiori condizioni possibili.

A questo si aggiunge la navigazione: i checkpoint sono elettronici in pieno stile orienteering e sono posizionati in modo da non consentire alcun taglio. Dall’altra parte molti sentieri non vengono segnati in mappa, e la traccia GPS è costituita dall’insieme di waypoint, ovvero non segue un percorso con rispondenza a terra. Risultato: chi conosce il percorso, lo ha provato o riesce a seguire un “local” riesce ad evitare tratti dove dal correre si passa all’arrancare sprofondando.

La differenza tra il conoscere il terreno e non conoscerlo è proprio la stessa tra il correre su un terreno semi compatto o lo sprofondare in paludi stile sabbie mobili.

Io stesso, con circa 60 ore di gara, posso dire che senza alcuno sforzo, ora che conosco la strada ed i punti duri, riuscirei a tagliare almeno 10 ore dal mio tempo di gara.


Dragon's Back Race 2017 - Photo by: Christiaan Le Roux (www.christiaanleroux.co.uk)

La Dragon’s Back Race è un vero e proprio viaggio, un’avventura dove bere l’acqua dei fiumi non è una soluzione da scegliere in caso di necessità, ma l’unica opzione possibile per arrivare alla fine del percorso. Momenti di completa solitudine in spazi infiniti, intervallati da discussioni con altri concorrenti incontrati lungo il cammino su quale sia la strada migliore da seguire. Si viene letteralmente rapiti da una serie di contrasti fortissimi: la roccia, l’erba, i laghi che di incontrano su un terreno quasi inespugnabile. Regno di sacerdoti druidi e draghi che sembrano apparire uscendo dalla mitologia quasi a punire la vanità di chi su queste creste pensa a gareggiare.

L’attenzione è sempre altissima, è difficilissimo staccare la mente e lasciare correre le gambe, come spesso accade nelle gare segnate. Qui anche nei tratti in cui c’è un sentiero o una strada, l’occhio deve stare sempre sul GPS o sulla mappa: da un momento all’altro va abbandonato, per attraversare una palude o scalare una cima.
Dragon's Back Race 2017
Sono i muri centenari, costruiti con precisione millimetrica fin sulle creste più impervie, ad indicare la direzione, con tratti di timido sentiero che talvolta li accompagnano fino cippi o cumuli di pietre che indicano le cime delle colline. Punti di osservazione e confini tra territori di caccia di draghi e regni di popolazioni il cui spirto è ancora presente su queste alture.

L’unico modo per affrontare questo viaggio è sapere che si parte verso una dimensione onirica, ci si catapulta in racconto di Tolkien ma entrandovici come Bastian si ritrova a Fantasia, dove si è viaggiatori in terre lontane e misteriose, dove il tempo e lo spazio assumono una nuova dimensione trasformando chi corre in un personaggio della letteratura.

Sarà un eroe?

Sarà un anti eroe?

Una delle tante vittime del Dragone?

Riuscirà a sopravvivere al Drago e raggiungere le terre ospitali del sud?

Per saperlo bisogna entrare in questo libro.

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