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Pagare per prostituirsi? Nel trail running si può!

Avvertenze di lettura

Attenzione, questo articolo potrebbe causare combustioni spontanee di code di paglia. Si consiglia la lettura muniti di estintore

Per una migliore esperienza e comprensione dei contenuti si consiglia l'ascolto della colonna sonora suggerita.

Social network, blog e affollamento di gare e prodotti. A questo aggiungiamo il fatto che il trail running di fatto non ha una storia commerciale lunga, quindi anche le aziende con 100 anni di esperienza si sono trovate negli ultimi 10 anni ad affrontare un mercato nuovo. Un mercato che poi sta cambiando velocemente per le influenze dei corridori e delle dinamiche commerciali da bitume. Risultato: l’apoteosi dell’improvvisazione. Dico improvvisazione e non adattamento. Organizzatori di gare che parlando di marketing, blogger che fanno i giornalisti, runner della domenica che si creano e stampano titoli da istruttore di trail running.

Quelli come me, che hanno fatto l’Università, la specializzazione, lavorano da decine di anni nel settore della comunicazione o che prima di scrivere l’articoletto sulle gare hanno già una tessera da giornalista in tasca, sono visti quasi come dei cretini. Come degli esaltati per pretendere di essere pagati per scrivere, quando hanno investito gli anni migliori della loro vita a studiare e fare esperienza, maturando credibilità per farlo. E pagando le tasse su quel lavoro.

Cosa ci vuole a far pubblicità in rete? Cosa ci vuole a fare un sito? Inutile pagare chi lo fa di mestiere: faccio da solo. I risultati si vedono.

La cosa tragica però, è come questa atmosfera di approssimazione ed ignoranza abbia contagiato anche le aziende serie, rendendole da un lato vittime e dall’altro carnefici di questa mattanza dell’informazione seria. Informazione e comunicazione. Certo, perché se è vero che in molte aziende i responsabili commerciali e marketing si approfittano degli allocchi che organizzano gare o corrono, in altre aziende sono proprio gli allocchi a prendere le decisioni.

E questo è un fenomeno totalmente Italiano, quello di sentirsi furbi per ottenere qualcosa senza pagare, quando in realtà è gratis che si stanno facendo rovinare.

Primo teorema della sponsorship: “nulla è gratis, se non le sole!”
Secondo teorema della sponsorship: “Quello che costa nulla, poi vale nulla”.
Corollario al secondo teorema: “le cose che funzionano e il lavoro fatto bene è sempre pagato”.
I risultati, in termini economici, sono sotto gli occhi di tutti.

Ma veniamo alle tre grandi prostituite del trail.

 LA PROSTITUTA LEADER, LA BOCCA DI ROSA DEL TRAIL: GLI ORGANIZZATORI DI GARE   

Il marchio di turno, che va dall’organizzatore di gare e dice: “ti do l’arco gonfiabile” e poi “ti regalo il nastro con il mio logo” o peggio ancora “ti fornisco le mie magliette a buon prezzo per il pacco gara”. Questo dicono molte aziende. Come rispondono gli organizzatori? “Che bello, grazie”. Si sentono onorati, quasi elemosinano l’arco. Normale? Direi proprio di no.

Quello che succede nel concreto è che l’organizzatore sta regalando spazi pubblicitari, come se io andassi in Comune e dicessi: “caro Comune ma guarda che brutta quella parete bianca, ci penso io a riempirla con la mia pubblicità! Sei contento?” – non a caso questo, sovente, avviene e si parla di “project financing”, ossia si mette si la pubblicità sul muro senza pagare tasse pubblicitarie, ma si sostengono anche le spese per restaurarlo o curare il parco su cui si affaccia.

I cretini allocchi organizzatori invece abboccano come dei fessi e si sentono importanti per avere un marchio sul loro arco di arrivo. Ancora più fessi quando pagano centinaia di magliette che costano poco più di un cappuccino e brioche e fanno più pubblicità al marchio che al loro evento. Insomma, una pacchia apparente per le aziende: sono di fatto pagate per farsi pubblicità. In realtà però così ci rimettono tutti: l’organizzatore fa il minimo indispensabile per lo sponsor e lo sponsor andando “ndo cojo cojo” alla fine associa il marchio a cani e porci. Ed ecco che gratis hanno associato il nome ad una gara del cavolo di cui tutti parlano male. Ottimo affare davvero.  Entrambi quindi convinti di aver fatto un affare ed entrambi con un pugno di mosche.

 LA PROSTITUTA IMPROVVISATA. CHE CI VUOLE AD APRIRE LE GAMBE? OPINION LEADER, BLOGGER, GIORNALETTI E SITI. 

Dire che la pubblicità funziona perché ci sono tanti like è la più grande bestemmia dell’universo della comunicazione. Frase però comune da sentire nell’universo degli improvvisati. I “like” sono il modo più semplice per dire “io ho fatto bene pubblicità, se poi non vendi è per altri motivi”. Bugia colossale.  Il risultato di una campagna alla fine va misurato in vendite, non in aria fritta. Ma su questa balla sono fioriti i giornali ed i blog che recensiscono attrezzatura: ma come diavolo potete voi lettori credere ad un media che parla bene di tutti, o alla peggio parla un po meno bene di un prodotto? Mai e poi mai avete letto su quel sito una recensione che MASSACRA un prodotto e continuate a credere a quello che leggete? Certo, perché loro quei prodotti li elemosinano come degli accattoni, e quindi non possono parlarne male. Spesso poi li devono anche restituire. Quindi tutte le scarpe sono ottime, tutti i gps sono infallibili e così via. Deficienti i lettori che mettono i like e ci credono, ancor più deficienti ed ignoranti le aziende che vanno a dare prodotto a questa gente. Sta di fatto, che io, se parlo di qualcosa è perché lo compro o perché mi piace.  Vuoi mettere il piacere di poter dire: Il Gamin Fenix 3 è un orologio fantastico. Peccato che si inchiodi e vada resettato se si caricano tracce complesse e peccato che alla Garmin, sapendo di esser quasi monopolisti, siano di una scortesia e maleducazione che farebbe voglia di usare bussola e sestante.

Ma come funziona il resto del mondo? Come si comportano le testate serie? Ve lo dico io, stanziano denaro per pagare viaggi e prodotti per fare i test, non li prendono in prestito dall’ufficio stampa. La stessa cosa avveniva nel mio settore, quello dei viaggi e del turismo. Erano i giornali a pagare i viaggi ed i conti del ristorante. A mangiare si va senza dire di essere giornalisti. Oggi avviene il contrario: si va a mangiare gratis ed in cambio si scrive bene. Pezzenti accattoni, ma soprattutto venduti per un piatto di pasta o per una soletta da scarpe: obbligati a parlare bene di quello su cui farebbero cacca sopra.

Non faccio nomi, ma ne conosco molti di atleti di sponsorizzati da una marca ma che non la usano in gara, o addirittura cambiano le scarpe o la maglia per fare le foto o all’arrivo. Iniziate ad aguzzare lo sguardo, capre. Non nascondo che alcuni di essi mi hanno molto deluso, visto che si professavano come i pochi rimasti “duri e puri”.

Per carità, anche io ho avuto prodotti in uso o in omaggio. Ma non ho mai fatto promesse di recensioni buone. Sarà per questo che ne ricevo di meno, o in aziende come la Garmin mi hanno sul libro nero. Pur avendo io 1 Fenix1, 2 Fenix 2, 1Fenix 3 sapphire, 1 Gpsmap64 e 1 Foretrex 401 e sempre al polso il Fenix3. Sì, ho il Fenix3 al polso ma nell’altra mano snocciolo il rosario sperando che non si spacchi e di non dover ricorrere al loro Customer Care Garmin.

In fin dei conti però la colpa è tutta vostra, capre che leggete e mettete like ad inutili blog di leccaculo digitali, che se ricevessero gratis un barattolo di cacca, se la mangerebbero di gusto dicendo poi che è buona. E, slurp, si leccherebbero pure i baffi!

LE PROSTITUTE PER AGONISMO: LE GARE ED I VIP

Alla mia gara ho invitato un paio di nomi illustri, altri sono venuti ed hanno pagato. Non c’è nulla di male ad invitare qualcuno ad una gara: che sia un nome famoso o un amico. Ben diverso è organizzare gare invitando gente che mai e poi mai le correrebbe di suo. Ancor peggio sono quei runner che corrono solo le gare a cui sono invitati. Dai, li conoscete anche voi. Chissà come mai partecipano a gare in luoghi sperduti del mondo solo se l’organizzazione è sempre la stessa. Loro ovviamente non le vendono, sono concorrenti che ne parlano bene. Che poi percepiscano sottobanco e a nero una provvigione, nessuno lo vede. Come riconoscerli? Anche qui, parlano sempre bene delle gare a cui vanno e le gare a cui vanno sono sempre collegate nello stesso circuito o fatte dalla stessa organizzazione. Diciamocelo: è impossibile che piaccia tutto, siano gare o prodotti. Io sarò anche ipercritico, ma preferisco essere io ipercritico ed antipatico, che capra ignorante come voi che credete e seguite chi parla bene di tutto, pur di accattare un pettorale gratis. Accidenti, pure io collaboro con una gara in un paese straniero, ma non ne faccio mistero e soprattutto mi iscrivo e pago anche altre gare analoghe.

Ma vi rendete conto della sciagura di essere un runner veloce ed essere obbligato da un team a partecipare a gare che decidono gli altri? A volte addirittura ad essere sacrificati senza sapere di esserlo ad una gara non adatta a voi pur di favorire un altro membro del team.  

Ma volete mettere la miseria di dover parlare bene di una gara da schifo solo per avere il pettorale gratis? Non sto parlando solo dei runner medi, ma anche di atleti di livello alto. Credete forse i team e gli sponsor li mantengano? Macchè, sti disperati, pur di avere una maglietta che li fa sentire come superman con la S, passano l’anno a postare foto loro conciati come alberi di Natale, con prodotti che magari detestano e partecipando a gare imposte. A volte rovinandosi reputazione e carriera.

Tutto questo andrebbe bene se le posta in gioco fosse alta: Banderas parla con le galline e mangia biscotti industriali ma lo coprono di denaro, idem per Cracco che rompe le scatole a Masterchef ma poi mangia patatine in busta. Si vendono, ma quasi tutti possiamo capire la sgualdrina che per una notte di sesso con un vecchio bavoso a Las Vegas guadagna un milione di dollari e cambia vita. Dico che possiamo capirla, non necessariamente condividerla. Ma questi poveretti del trail invece cosa fanno? Non prendono un centesimo, accattano un po’ di attrezzatura e devono fare i burattini, regalando la loro passione per lo sport. Becchi e bastonati. Certo, ma hanno un brand importante e sono in un team. Idioti.

Il punto di vista strettamente tecnico, e la valutazione della strategia di marketing nel suo complesso è un particolare non da sottovalutare: scegliere gente che si vende per poco, anzi, si svende e prostituisce per nulla, non porta certo giovamento al brand, anzi, lo rende antipatico, inflazionandolo.

I post sono tanti, la presenza è capillare ma i like sono sempre gli stessi e messi dalle persone che hanno il prodotto gratis.

Il punto è che la demenza di chi perpreta queste strategie porta a pensare ad un effetto volano in fase di spin off … nulla di più sbagliato, una politica aggressiva, spudorata ed invadente come questa porta all’effetto opposto.

Allora perché lo fanno? Perché i caproni al marketing di queste aziende hanno perfetta compatibilità con le capre che li rappresentano. Ormai tutti tremiamo quando ci si avvicina il noto venditore multilevel di integratori (ovviamente dicono di non essere multilevel ma ferventi sostenitori del prodotto miracoloso che è tanto miracoloso da farli anche guadagnare! – prova anche tu!), non ne possiamo più delle ciofeche che si atteggiano a campioni con boria ma che poi arrivano in fondo alla classifica. Per carità: onore agli ultimi per perseveranza e forza di volontà, ma quelli di cui parlo io non sono ultimi perseveranti e che ce la mettono tutta con modestia. Sono solo  palloni gonfiati che si sgonfiano.

Pensate al paradosso: ci sono marchi che vanno da atleti forti dicendo che in futuro faranno un team d’elite mettendo i non forti ora presenti come ambasciatori di secondo livello, e allo stesso tempo vanno dalle capre dicendo che vogliono un team di persone normali (per intenderci, due persone separate da circa 560 concorrenti in classifica all’Ultrabericus). Insomma, approcciano le capre presentandosi dicendo che si comporteranno in modo scorretto. E le capre si mettono la maglietta. Buona, la cacca, se ce la servono gratis con panna e amarene.

In definitiva la situazione è molto semplice. Quelli come me, che parlerebbero volentieri di prodotti o esperienze, spesso non lo fanno per non essere messi accanto alla miriade di marchettari. Quelli che recensiscono prodotti o gare, lo fanno per avere roba gratis, e alla fine voi capre li guardate con ammirazione e gli date i like.

Occhio! Non tutti sono così, alcuni giornalisti e blogger sono imparziali, alcuni atleti invitati sono seri.

Un esempio? Il vincitore della Corsa della Bora, pur avendo tutte le “carte in regola” per pretendere ospitalità e viaggio (come altri hanno tentato di avere) è venuto, si è pagato quelle spese e ha vinto gara ed un soggiorno a 5 stelle. Esattamente come hanno fatto le altre centinaia di corridori arrivati dopo di lui: dicesi spirito sportivo. Di fronte a questo, sarò ben lieto di ospitare lui e la sua famiglia se tornerà a correre, a spese mie, non della ASD.

Le gare si pagano. I prodotti si pagano. Bello è anche dare e ricevere ospitalità gratuita.

Ma ben diverso è comportarsi da accattoni venduti. Recensire e scrivere è un lavoro non è un modo per accattare roba gratis.

Anche ricevere sponsorizzazioni e promuovere un prodotto non è una cosa che condanno o critico, io ci vivo di questo. Vergognosa è l’asta al ribasso e all’ipocrisia che si è costruita in questa guerra tra pezzenti.

 Gratis, per voi che li seguite, c’è solo la presa per i fondelli!  

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7 Comments
  • Elio Piccoli
    Posted at 19:08h, 25 Marzo

    Caro Tommaso, benvenuto nella più grande forma di democrazia che é il web. Ognuno di noi ha voce in capitolo nello scrivere. Qui non conta chi studia o chi spende. Qui contano le idee e le persone. La serie di insulti che elargisci te le hanno insegnate all’Università? Beh sono contento di non avere fatto studi al riguardo. Come organizzatore mi sento sicuramente libero di accettare un gonfiabile che mi costerebbe centinaia o migliaia di euro. Come partecipante sono altrettanto libero di godere di una gara organizzata da marchettari come li chiami tu, che dedicano il loro misero e becero tempo libero per farmi correre in posti che non avrei ma pensato cosi belli. Dal basso all’alto con stima per aver saputo catturare completamente la mia attenzione verso il tuo articolo. Elio Piccoli.

    • Tommaso de Mottoni
      Posted at 19:13h, 25 Marzo

      Ecco la paglia che si infiamma. Visto che tiri in ballo la mia università dovresti, per correttezza anche citare le tue credenziali e dire che tu sei un blogger, e come trail runner vieni proprio da quell’improvvisazione che descrivo nel pezzo.

      Capisco che tu ti senta colpito su tutta la linea, ma cogli l’occasione per trarne uno spunto costruttivo.

      Capra non è un insulto, lo dice anche la Corte di Cassazione.

      In secondo luogo, tu dichiari di essere blogger e non giornalista. Questo è il punto. I blogger possono fare marchette, i giornalisti no. Un giornalista iscritto all’albo non può essere testimonial di un prodotto commerciale e parlarne nella sua testata in veste di testionial.
      Conosci il senso della dicitura “articolo publiredadazionale”?
      Inoltre le testate giornalistiche sono soggette ad obblighi che i blog non hanno, ma di contro i blogger spadroneggiano e parlano di “democrazia” come fai tu.
      Quindi in buona sostanza arrivate voi dal nulla, liberi di fare informazione parziale, la vendete come informazione democratica e valida quanto quella di una testata seria e incassate dalle aziende.
      Bravo.
      Ragazzo, studia, iscriviti all’albo, paga le tasse, ed oltre ai vantaggi del comunicare, assumitene anche le responsabilità civili, penali e fiscali.
      Tu stesso nel tuo profilo dichiari di parlare di tutto un po, e di attrezzatura.

      Il tuo commento sembrerebbe esprimere orgoglio per il tuo essere marchetta. O sbaglio?

      Quanto all’arco e all’organizzazione, il problema non risiede nell’accettare l’arco in se. Ma nel fatto, come scrivo chiaramente, che qualche brand ha iniziato ad approfittarsi dell’ignoranza di chi si improvvisa offrendo un “grande vantaggio” dell’arco gratis, quando sei tu a dare a loro visibilità.
      Ecco, quelli come te, sono come gli indigeni d’america che accettano perline per oro e questo distrugge il mercato. Se invece di accettare e calarvi le mutande e mettervi a 90, diceste, “l’arco è pubblicità e la pubblicità si paga” le aziende investirebbero meglio, con ritorni più alti e le gare avrebbero servizi migliori. Quindi da corridore, per citare il tuo esempio, avresti più servizi e vantaggi.
      Un arco costa 400 dollari, comprensivo di personalizzazione e motorino. Non migliaia di euro.

      Scrivi ma non conosci la normativa.
      Organizzi ma non conosci le regole e le quotazioni base.
      Vieni qui a fare la morale.

      Questo è il problema: ognuno ha il suo lavoro. Tu nel tuo sarai anche bravo, ma qui, per bocca tua non sei del mestiere ma vieni a sputare sentenze ed impartire lezioni.
      Quando vai dal medico gli dici come curarti?
      Quando vai dal meccanico gli spieghi come riparare la macchina?
      Al ristorante entri in cucina e correggi lo chef?

      Ad ognuno il suo.

  • Tommaso de Mottoni
    Posted at 19:46h, 25 Marzo

    PS: un consiglio di cuore alle marchette. Tacete. Fate più bella figura.

  • Federico Degan
    Posted at 06:48h, 26 Marzo

    Quando un prodotto/servizio è gratuito, il prodotto in vendita sei Tu.

    • Tommaso de Mottoni
      Posted at 07:02h, 26 Marzo

      Esatto! Nulla è gratis 🙂 Primo teorema della sponsorship

  • Daniele Guidi
    Posted at 20:37h, 27 Marzo

    Ottimo articolo.
    Concordo completamente sull’arco.
    Meglio comprarselo e poi vendere gli spazi sopra agli sponsor.

    Calarsi le braghe per un arco e due magliette non conviene

  • Tommaso de Mottoni
    Posted at 13:43h, 30 Marzo

    PRECISAZIONE DOVUTA.
    in risposta ad ELIO PICCOLI, che PUBBLICA QUESTO TESTO:

    ” Segnalo un profilo fb, “Sentierouno” gestito dal giornalista Tommaso De Mottoni, con il quale ho avuto modo di scambiare qualche impressione giusto prima di Pasqua.
    Leggendo i suoi articoli mi sono accorto di alcune prese di posizione piuttosto forti, molto glamour, molta voglia di emergere dalla massa, tant’è che intervenendo sull’ultimo suo articolo facevo notare che siamo in una società mediatica dove ognuno può far valere le proprie idee ed opinioni. Giuste o sbagliate, ai posteri l’ardua sentenza, dico io. Non per lui che commenta dapprima in modo ironico e più pesante dopo, il mio botta e risposta, dove l’argomento è il trail running e le forme di sponsorizzazione. Forse vedendo che alcuni like finiscono sui miei commenti e non sui suoi, comincia lo sfottò pesante e dulcis in fundo, non argomentando ulterioriormente le mie ragioni, elimina tutti i miei commenti e blocca il mio profilo !!!! Contattato da altre “vittime” mi confermano che è sua usanza solita quella di “bannare” i commenti contrari e mettere faccine compiacenti a chi si trova daccordo….Tecnicamente si chiama “profiling”

    PRECISO QUANTO SEGUE, tralasciando ogni considerazione sulla grammatica di questo individuo:

    1) Sul mio wall, come su questo sito sono ammessi tutti i commenti che non abbiano insulti o linguaggio volgare. Basta leggerlo per vedere che le opinioni sono sia positive che contrarie. Tutte rispettate e tutte ricevono una risposta.

    2) Il signor Piccoli ha postato un suo commento qui e ha avuto risposta, lo stesso commento lo ha postato sul mio wall e sulla pagina facebook di questo sito. Atteggiamento tipico non di chi vuole instaurare il dialogo, ma di chi cerca lo scontro e la polemica. Che senso ha ripetere la stessa cosa tre volte in poche ore?

    3) Il signor Piccoli ha avuto risposta ai suoi commenti per quanto concerne le tematiche dell’articolo, come potete voi stessi leggere il suo commento non è stato cancellato ma lasciato sebbene contrario a quanto affermo. Prova inequivocabile di quanto le dichiarazioni dello stesso Elio Piccoli siano FALSE.

    4) Il signor Elio Piccoli ha continuato a commentare in maniera insistente e polemica andando ben oltre i temi dell’articolo e sollevando questioni irrilevanti e non corrette, come ad esempio il fatto che lui corre tanti km, criticando le decisioni dei volontari del TDG e insinuando inesperienza ed incapacità mie. Ben evidente è che questo atteggiamento non ha nulla a che vedere con la libera discussione, ma è polemica fine a se stessa, che ripetuta su tre pagine distinte diventa vero e proprio stalking.

    5) a fronte del punto 4 la decisione di bloccare il signor Piccoli. Decisone presa per cercare di arginare il fiume incontenibile della sua polemica.

    6) Non è bastato. Anche da bloccato il signor Elio Piccoli continua la sua crociata contro di me. Prova evidente del fatto che non ha nessun interesse ad esprimere una libera opinione, ma ha come unico intento quello di attaccare e polemizzare.

    Ma analizziamo i fatti:
    Premesso che Il signor Piccoli ha un’esperienza documentata di gran lunga inferiore alla mia in termini di partecipazioni a gare di ultra trail e non è un giornalista.

    Sorge spontanea una serie di domande:

    Come mai un blogger, non giornalista, che scrive (non si sa come, anzi si sa) su un blog della Gazzetta dello Sport si infervora tanto per un articolo come questo?

    Come mai …
    Si infervora al punto tale da postare a raffica, polemizzare ed attaccare la mia persona?
    Si infervora al punto da uscire totalmente del tema della conversazione ed obbligarmi a bloccare il suo profilo?
    Si infervora tanto al punto da, una volta bloccato, avviare una campagna denigratoria e fare un post come quello?

    Beh, evidentemente questo articolo ha toccato qualche nervo scoperto.

    Come dicono i latini “excusatio non petita, accusatio manifesta”.

    Se effettivamente il mio pezzo fosse così insignificante come dice il signor Piccoli, per lui che senza nemmeno essere giornalista scrive da testata rispettabile come La Gazzetta dello Sport edita da un colosso come RCS, che senso avrebbe impegnarsi tanto ad attaccarmi?

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