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PTL: “Petite Trotte a Leon” o “Polemiche Tutte Loser” ? Piccola guida a cosa non è la PTL e alla sintomatologia del “GTR”

Nelle settimane immediatamente successive alla fine della Petite Trotte a Leon ho fatto un monitoraggio molto attento dei post e dei forum in rete, sulle opinioni ed esperienze riportate. Sono rimasto profondamente stupito dal fatto che, anche in questo, la PTL sovverte tutti gli schemi. Non ne scrive tanto chi l’ha vissuta, conosciuta e gustata fino all’ultimo passo, ma i resoconti più lunghi, le critiche più forti e le posizioni più nette, vengono da chi l’ha fallita. Un classico.

Dico “fallita” e non dico “non terminata” perchè la PTL è una “prova di montagna” e non una gara. Le prove si superano o si falliscono, le gare si possono iniziare e finire, accorciare o interrompere. Le prove no.

Esattamente come una donna non può rimanere mezza incinta, la PTL o si finisce o non si finisce. Non si scappa. Dura realtà.

Come mai ne parlano con tanta veemenza, con una partecipazione ed emotività fortissima proprio quelli che hanno fallito?

Dove sono finiti i finisher? Cosa stanno facendo quelle ventisette squadre che hanno suonato la campana in piazza a Chamonix, mentre le ottantatré che hanno mollato la spugna pontificano in rete?

La prima risposta è che chi ha finito la Petite Trotte a Leon, dopo questa esperienza è talmente tanto pervaso ed inondato di sensazioni e di stanchezza da non avere la forza fisica e mentale di mettersi a tener banco. Ovviamente che l’energia non l’abbia spesa sui monti, può lanciarsi in prove di abilità sulla tastiera.

Volendo avere una posizione più morbida, potremmo dire che anche se uno non arriva alla fine, può aver osservato dei fatti, visto delle cose, sperimentato dei meccanismi che potrebbero metterlo nelle condizioni di parlare dell’esperienza. Dire quindi che l’opinione di chi non ha portato a termine, la prova non conta nulla, potrebbe sembrare un’affermazione piuttosto forte.

Non lo è. Vi racconto un aneddoto.

La “PTL est une preuve de montagne” mi dice uno dei padri della corsa alle 2.56 della mattina di domenica, dopo 6 notti senza sonno, 23.000 metri di dislivello e circa 260 km percorsi.

Mi guarda sorridendo placido con due sereni occhi azzurri e pelle provata dalle intemperie di chi ha la montagna nelle vene e nel cuore. Ad un passo lungo 43 km dalla fine, il mio compagno ed io siamo stremati e i tempi sono strettissimi. Rischiamo di non finire.

La Colonnello e Galletto sono usciti al rifugio alle 2.45. Chiedo loro mentre escono: “che faccio, voi avete esperienza, avete visto come andiamo, cosa suggerite?”

– la risposta: “Tommaso, hai tempo fino alle 3.30 per decidere: se sei riposato andate, ma è ancora molto dura”.

Mi maledico per aver perso due ore ad aiutare dei cinesi sul Fienstral ad uscire da un labrinto di massi di granito. Avrei potuto dormire, avremmo potuto incollarci a loro e fare il Grand Tour. L’organizzatore mi guarda e mi dice, “siete l’ultima squadra che può decidere. Avete 45 minuti”.

Quarantacinque minuti per uscire e fare il grand tour, rischiando di perdere tutto e non finire, oppure accettare di essere fermati e ripartire alle 6 su un giro più basso, nel nostro caso la più impegnativa delle varianti. Dire che è uno sconto è come arrotondare di 10 centesimi un conto da 100 euro.

Quarantacinque minuti per dire “lascia o raddoppia”, per essere finisher della PTL con il giro più lungo e bestiale oppure per essere finisher con uno “sconto” come quasi tutti.

Arnauld, il mio socio, mi guarda e mi mette una mano sulla spalla. Lui di PTL ne ha fatte e finite tre. “La prova è finita a Campex, ora devi solo arrivare, dobbiamo arrivare, non lo hai capito? Non farti prendere la testa”

Mi ripeto mentalmente le sue parole e tutto assume chiarezza.

Ora ho capito: la PTL è una prova, non è una gara. Me lo hanno detto mille volte, ma quelle parole non assumevano senso come ora.

La montagna insegna umiltà, rispetto e coscienza dei propri limiti e forze. Anche questo fa parte della prova.

L’organizzatore mi sorride ancora: “allora esci o aspetti ?”

Non dormivo da due giorni. In sei giorni ho dormito 4 ore. “Aspetto, partiamo alle 6, appena ci date il via”. Arnauld tira un sospiro di sollievo.

Questo aneddoto per farvi capire che la PTL è un’esperienza di vita, non una gara.

Le scelte sono scelte strategiche e psicologiche, introspettive e di valutazione dell’ambiente.

Ci sono argomenti che sono perfetti per la discussione in rete, articoli veloci ed opinioni che possono esse aquisite ed elaborate fugacemente come un pasto al fast food, la tipica lettura da blog, ottima per una pausa in ufficio o per impiegare 10 minuti in metropolitana. Altri concetti e racconti vanno gustati seduti con calma, con la carta tra le dita ed una lettura meno improntata all’interazione e al consumo veloce e più orientata all’assaporare un racconto.

Questo è il motivo per cui ho deciso di non parlare della PTL sul mio sito ma di raccontarla sul numero 102 di Skialper in edicola e su app da inizio ottobre.

Molte persone che hanno falllito la PTL è proprio perchè non ne hanno capito l’essenza, il senso e il meccanismo profondo. Cercherò di spiegarlo sulla carta stampata.  Cercherò di raccontarvi a fondo questa esperienza e come la ho vissuta. C’è veramente molto da dire e un articolo letto in ufficio durante la pausa caffè sarebbe limitante. 

Ma nel frattempo, scherzandoci un poco sopra, ecco come riconoscere chi parla di questa esperienza senza averne minimamente colto lo spirito.

I tre sintomi caratteristici del  GTR, “grande trotte rosicon”:

  1. Ne parla come se fosse una gara, con i parametri che si usano per valutare le gare: se fosse una gara sarei con loro in prima linea a criticarla.
  2. Accusa l’organizzazione di non aver lavorato bene. Anche qui i parametri sono quelli di chi fa gare. La PTL è in autosufficienza, vera, non quella “farlocca” delle gare per “fighetti”. In questo tipo di evento l’organizzazione ha solo un ruolo di vigilanza esterno, pronto ad intervenire, ma volutamente indifferente alle esigenze dei concorrenti.
  3. Accusa l’organizzazione di aver commesso ingiustizie. Torniamo al punto primario. Non è una gara. E’ una prova. Tutti quelli che muovono quest’accusa non hanno superato Campex, e fino a Campex non ci sono sconti o aiuti. Solo cancelli stretti e terreno più duro ad ogni passo. Fino a Campex il sangue, poi per chi se lo merita anche il miele.

Come tutte le prove la PTL è adattata a chi viene messo alla prova: sono le gare di atletica quelle ad avere condizioni identiche per ogni concorrente, non le prove di montagna. Una cosa è certa: nella PTL tutti sono spinti al loro limite massimo, alle condizioni più dure fino a Campex su basi ogettive, dopo Campex su parametri individuali.

Se riconoscete uno di questi punti, non andate oltre in un racconto. State leggendo le parole di una persona che critica una pasta alla carbonara perché si aspettava il gusto del sushi.

Quanto a quello che secondo me è la PTL, quello che ho vissuto durante quest’esperienza e una serie di consigli fondamentali per portarla a termine, vi aspettano edicola su Skialper ad inizio Ottobre. Per chi fosse proprio allergico alla carta c’è anche versione APP.

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