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Quell’istante che separa una tragedia da una splendida giornata

Che bello parlare di “Spirito Trail” quando tutte le cose vanno per il verso giusto: quando siamo in salute, dopo una corsa con gli amici davanti ad una birra fresca o ad un brodo caldo!

Ecco allora che si sprecano i commenti e le lezioni sull’etica del trail, su come siamo più “fighi” degli stradisti e su come la testa di chi corre lontano dal bitume sia diversa dai bituminosifirmatiefluorescenti.

Poi, quando gli eventi si mettono non proprio per il verso giusto, le cose cambiano radicalmente e tanto Spirito Trail va regolarmente a farsi benedire.

Se devo dirla tutta, mi vengono in mente più esempi di comportamento negativi che positivi, quasi a definire la categoria dei trail e sky runner una versione ipocrita e saccente degli stradisti. Un po’ come quei vegani che nello sbandierare al mondo la loro tolleranza e rispetto per gli animali, impongono al loro prossimo le loro ignobili pappette cartonate con senso di superiorità ed intolleranza per i “mangiacadaveri”.

Zac, eccolo che imbocca un bivio sbagliato e il gruppo alle sue spalle finge di non vedere, lasciando che lo sbadato concorrente che li precedeva sbagliasse strada. O peggio ancora, davanti ad una rovinosa e talvolta sanguinolenta caduta, il soccorritore si limita ad un distratto “tutto ok?”, senza nemmeno dare il tempo di rispondere. Ovviamente poi si allunga il passo: giammai che il malcapitato trovi un filo di voce per urlare aiuto e farsi sentire.

Ma la lista potrebbe andare avanti a lungo. Gli esempi di bassezza ed ipocrisia umana non mancano.

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Questa volta però vi racconterò l’esatto opposto. Un caso, rarissimo, in cui gli esseri umani hanno dato il meglio di sé, in un momento in cui avevano tutti i motivi per dare il peggio.

Siamo all’Ultra Trail Chaouen, in Marocco. Posti bellissimi, fine febbraio. Organizzazione atroce, in cui tutto quello che poteva essere fatto male e sbagliato è stato sbagliato e fatto nel peggiore dei modi. Errori non “da prima edizione” ma da totale incompetenza ed incapacità organizzativa. Errori che facilmente avrebbero potuto portare anche alla morte alcuni concorrenti. Non mi ci soffermo perché non è questo di cui voglio parlare. Sta di fatto che deviano la gara per maltempo, ci indirizzano verso un tracciato non segnato e senza nessun volontario lungo la strada. Così correndo per circa 6 km senza vedere anima vivente o alcun segno sul sentiero, attraversando vari villaggi e bivi, intravedo finalmente due ragazzi: “da dove sono passati i primi?”- chiedo. Loro mi rispondono: “siamo noi i primi” – “quello in blu vince sempre” (
Mohamed Elmorabity, con gagliardissimo zainetto MDS sfoggiato in montagna).

Ed ecco di colpo farsi strada la consapevolezza che stavamo andando all’avventura e non partecipando ad una gara. Ci fermiamo, uno si mangia una barretta, uno fa pipì e io mi metto a scrutare la montagna. “A logica dovremmo seguire il versante per aggirare il punto alto da cui ci hanno deviato”: i due concordano su questa considerazione e ripartiamo in gruppo.

Dopo un’altra oretta senza segni di balisaggio o volontari, peggiorando il tempo, ci fermiamo: “ora siamo insieme, ma se va avanti così tra 40 km saremo soli, non è il caso di proseguire alla cieca”. Anche qui tutti concordano. Ci giriamo e iniziamo a tornare indietro, sempre in gruppo. Man mano che si scende “intercettiamo” altri concorrenti che avevano seguito le nostre tracce, fino a diventare un gruppo di quasi venti persone. Ovviamente nessun segno di presenza degli organizzatori.

Ed ecco che in questo momento scatta la magia. Poteva essere una folla inferocita, pronta a linciare (più che giustamente) gli organizzatori, ma succede qualcosa di diverso. La gara passa in secondo piano. Iniziano a farsi i selfie, foto con le smorfie, battute, risate. Alla fine decidiamo di tornare indietro per un altro sentiero, tanto siamo soli: almeno si fa un’altra strada, forse più bella.

Francesi, arabi, tedeschi ed inglesi a ridere e a godersi una bellissima, gelida, ventosa, bagnata giornata di febbraio. Ecco allora che sulla delusione per non aver potuto finire la gara, alla rabbia per l’assenza di indicazioni o di gestione dell’imprevisto, si fa più forte il profumo della camomilla fresca calpestata o del cardamomo e del timo. Profumi che con l’umidità e i passi del gruppo si sprigionavano dai campi verdissimi e macchiati di giallo.

Ci sono dei momenti, nei fatti che viviamo, in cui siamo davanti ad una sorta di gigante interruttore invisibile. Un istante. Una frazione di secondo di tempo indefinito e di dimensioni infinitesimali rispetto alla lama di un rasoio, in cui possiamo decidere se andrà tutto bene o andrà tutto male. Un attimo irreversibile in cui si inizia a ridere o scoppia in un pianto disperato.

Qui l’attimo c’è stato e la folla non si è inferocita.

Qui abbiamo scelto tutti di stare bene, goderci la giornata per quanto possibile e prenderla con filosofia. Momenti in cui sembra esistere una coscienza di gruppo che si allinea sulla medesima frequenza. Così è stato ed abbiamo deciso che sarebbe stata una bellissima giornata.

All’arrivo i miei amici marocchini, compari di altre gare, e le mie amiche volontarie che continuo ad incontrare in giro per il mondo. Non poteva mancare Carole, che con la sua macchina fotografica è riuscita a prendermi nei momenti in cui ero meno presentabile.  Mi rendo conto che alla fine ci conosciamo tutti o quasi. Sono a 2500 km da casa ed eppure sono tra persone che conosco o che ho conosciuto da poco ma con cui mi sento in sintonia. Francamente il disagio passa in secondo piano.

E così quando mi trovo davanti l’organizzatore bello asciutto e pulito, anziché dirgliene di tutti i colori come si meriterebbe, mi limito a dirgli: “ragazzo mio, non ci siamo proprio” e preferisco andarmi a bere un the caldo alla menta con gli amici ritrovati, parlando di un nuovo progetto per una gara bellissima che si farà in Marocco con il mitico Tarik EL Mlih.

Non si tratta di spirito trail, come non si tratta di superiorità di questa o quella persona o categoria.  Nella vita, come nella corsa, siamo chiamati a decidere se stare bene o stare male. Io credo che decidere di star bene sia sempre la scelta più economica e conveniente. Nulla di più semplice.

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