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Le Marmarole. Guida rapida alle Dolomiti più selvagge ed incontaminate. A due passi da Cortina.

L’aggettivo con cui sento descrivere più spesso le Marmarole è “selvagge”. Chi le definisce così non sbaglia, e questo aggettivo è ancor più calzante se si guarda ai nobili vicini di casa delle signore Marmole: i conti Cadini di Misurina, le marchese Tre Cime di Lavaredo, il duca Monte Paterno, il cavalier Sorapiss e il barone Antelao. Monti che sembrano cingere in un abbraccio le “selvagge” della famiglia, quasi fossero quel parente con un gran carattere e fascino ma che in pubblico ci fa fare sempre delle cattive figure. Le “selvagge” che tutti amano ma che è meglio non presentare in società.

Ma il parente scomodo che quasi tutte le famiglie hanno, è quasi sempre anche il più sincero e genuino. Quello che, in ultima analisi, è “impresentabile” solo e unicamente perché dice la verità. Sempre. Troppo.

Potreste definirlo “selvaggio”, io scelgo l’aggettivo “vero”. Ed è questo aggettivo che ai miei occhi rappresenta al meglio le Marmarole: vere. La montagna come dovrebbe essere sempre.

Un contrasto che si fa ancora più accentuato ed evidente se messe in relazione alla bellezza ormai turistica e patinata dell’Ampezzano e delle Tre Cime di Lavaredo che accolgono i loro visitatori con sentieri tenuti alla perfezione, rifugi con tutti i comfort, copertura di segnale telefonico e tutti gli agi che si possano desiderare in città.

Le Marmarole non sono così: i sentieri che spesso si perdono in una debolissima traccia, le piste sui ghiaioni sono segnate con vernice ormai sbiadita nel migliore dei casi, ferrate con ancoraggi saltati e scalette marcie nella maggior parte dei tratti.

Pochissimi i punti di approvvigionamento di cibo e acqua, spartani i bivacchi e minimo il numero delle persone che si incontra lungo questi sentieri. Insomma, una montagna dove la presenza umana è ridotta al minimo, e dove quella della flora e della fauna assumono un ruolo primario.

In che altro posto portreste dire di aver contato più stambecchi e caprioli che esseri umani in un sabato di metà luglio con condizioni meteo perfette? Certamente non tra i pullman gran turismo che assediano il Cristallo. 

Ecco cosa bisogna sapere pendendo in mano la carta geografica e pianificando una escursione su questi monti. La parte che merita visitare è quella a Nord, che è percorsa per intero dal sentiero dei Sanmarchi, il CAI 280. Questa è la parte assolutamente unica e magica, il sentiero è chiamato anche il “giro dei bivacchi” e percorre la parte più remota e incontaminata di questi monti.

Ho deciso di percorrerlo dal Rifugio San Marco, salendo sulla Forcella Grande, in senso orario. Un percorso con molti tratti attrezzati, scalette e punti esposti dove è richiesta una buona conoscenza della montagna e che sarebbe meglio percorrere con la luce del sole e buone condizioni meteo. Sia per un discorso di sicurezza che di bellezza del paesaggio.

Nel percorrere la Strada dei Sanmarchi, il CAI 280, si può decidere se terminare il giro scendendo dalla Forcella Froppa o continuarlo fino alla Forcella delle Marmarole e per i più instancabili arrivare fino al Bivacco Fantoni e la forcella Baion.

Tutte e tre le soluzioni sono di una bellezza unica e la scelta può essere fatta in relazione alle proprie forze e al tempo a disposizione.

In ogni caso, scesi dall’altro versante, la musica cambia, la civilizzata Val D’Oten ci accoglie con sentieri che si fanno scorrevoli e ben tenuti, i rifugi sono più frequenti e le fonti d’acqua non mancano. Questi tratti possono essere percorsi in sicurezza anche di notte o con condizioni meteo non buone.  Se sul lato nord mancano del tutto i rifugi, e gli unici appoggi che si trovano sono i bivacchi Voltulina, Musatti e Tiziano, dall’altro versante abbiamo solo l’imbarazzo della scelta tra il rifugio Baion, Chiggiato, la Capanna degli Alpini e il Galassi, per poi arrivare al punto di partenza, il rifugio San Marco.

Un anello perfetto che nella prima parte riassume la parte più dura, tecnica e gli scenari più belli, e nella seconda ci regala un bellissimo ma morbido ritorno alla base.

 

Il giro è consigliato in almeno 3 giorni, ma è fattibilissimo anche in giornata, con 12-15 ore di cammino non troppo sostenuto che prevede soste frequenti e foto a volontà.
Il mio consiglio è quello di partire con l’idea di dormire una notte fuori, anche se si pensa di farlo in giornata, in quanto anche se sono solo 35 km e 3700 D+ si tratta di un terreno tutt’altro che scorrevole.

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Roadbook di viaggio    

Si può arrivare in auto a San Vito di Cadore, imboccare via Belvedere fino alla partenza della seggiovia. Dalle 18.30 alle 7.00 viene aperta una sbarra ed è possibile salire ancora in auto fino all’arrivo della seggiovia seguendo una strada bianca e parcheggiando al rfugio Scotter Palatini. Io ho fatto così.

Dal rifugio Scotter al Rifugio San Marco ci sono 300 metri di dislivello su 1 km che si percorre comodamente in 20 minuti (CAI 226)

Prendendo il San Marco come punto di arrivo e partenza (ottima cucina e gestori simpaticissimi) si percorre il 226 fino alla Forcella Grande, per poi imboccare il 280 ed iniziare il giro vero e proprio. Questo è il tratto più impegnativo. Il primo assaggio è la Cengia del Doge che porta fino al Bivacco Voltolina dove si trova una delle rare fonti d’acqua. Va sfrutattata.

Dal Bivacco Voltolina al bivacco Musatti c’è il tratto più impegnativo del sentiero 280, passando per la forcella Vanedel e Mescol.

Il 280 continua dopo il bivacco Musatti fino al bivacco Tiziano, per poi diventare 260 fino alla forcella Giau de la Tana, Froppa, e scendere al Chiggiato lungo il sentiero 260 o proseguire per la forcella Marmarole o Baion e scendere per il 270 e arrivare al Chiggiato seguendo il 262. Dal Chiggiato in poi il 260, il 255 e il 227 portano dolcemente al San Marco con un tratto decisamente lungo ma senza nessuna difficoltà.

A mio avviso ha senso fermarsi a risposare al Bivacco Musatti o Tiziano, nel caso in cui si spezzasse il giro in due o più giorni: questo per fare le forcelle con la luce e non troppo affaticati. Una volta scesi dall’altro lato, il decidere se fermarsi al Chiggiato, alla Campanna degli Alpini o al Galassi è una scelta del tutto opzionale, in quanto il tratto Chiggiato – San Marco, percorso a passo veloce ma senza correre, si fa in 3,5 ore.

Per chi volesse mappe e tracce GPS, o altre indicazioni di viaggio, può scrivermi da qui o dalla pagina Facebook 

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